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di Cristian Lentini
Liceo Scientifico Einstein di Mottola (TA)

----- Finalista al Concorso Europeo: "Chi ha diritto ai diritti dell'Uomo ?" - 1998 ------

Liceo Scientifico Einstein di Mottola (TA), Cristian Lentini, Liceo Scientifico Einstein di Mottola (TA)

 

        Ho implorato il cielo per uno spiraglio di luce, ma, nella notte, nel buio più nero, la mia preghiera, sola, si perde, con un sospiro amaro.

Uno sguardo sperduto nel vuoto, una lacrima e mille pensieri.

Sono giorni che non dormo, che non mangio, che non parlo. E' terribile!

Il silenzio rimbomba nelle mia mente, l'inattività mi distrugge di stanchezza, l'ozio logora i nervi.

Desiderio di correre, di correre sempre, di non fermarmi mai, se non nel nulla.

Sono un essere inqualificabile, sono colui che nessuno forse vorrebbe essere. Sono divorato dall'amore per lei, dal dilemma che è in lei il cui tormento diventa sempre più insostenibile; le guardo gli occhi lucidi, impauriti, impotenti, che cercano in tutti i modi di comunicare con i miei, ed io, un perfetto imbecille, rimango lì, quasi indifferente, chiuso come un riccio, muto come un pesce, imbecille come un imbecille; mi sento suo prigioniero, mi sento un automa diretto dalla volontà di qualcuno che inspiegabilmente mi spinge a soffrire, ad amare, a tormentarmi.

Perché, mio Dio, mi hai creato così incapace, incapace di comprendere la vita, incapace di prendere la decisione giusta, incapace di far felice un essere umano, la più dolce, la più sensibile tra le creature in attesa del dono più bello della vita?

Dio, come ti amo!

Dio, come la amo!

E' lei, lei che stringe fra le sue mani il mio cuore, domina il mio orgoglio, quello stesso orgoglio che non è bastato né a soffocare i miei sentimenti, né a risolvere i mille "perché" che assillano la mia mente, ma che è crollato di colpo come un pugile al suo primo round, così inspiegabilmente, dopo essere stato da sempre l'asse del mio carattere, riuscendo così a contrastare chiunque, a lottare, a vincere, ed ora forse a dover soccombere.

Non l'ho voluta amare, ma, ora più di prima, l'amo. Non l'ho voluta amare perché sapevo che avrei sofferto in maniera tale da dover desiderare di non esistere più, di vagare nel vuoto, nell'infinito, nel baratro del nulla, lontano, lontano da questo mondo ingannatore, ipocrita, bastardo.

E' incinta. E come la prima volta che me lo ha detto, ha il volto rigato dalle gelide lacrime che scendono giù per il collo a bagnare il petto ansimante, i suoi occhi spalancati chiedono pietosamente aiuto, le mani tremanti adagiate sul ventre sembrano quasi proteggere quella creatura embrionale, causa delle nostre ansie, dei nostri pianti, della spaventosa situazione di due diciassettenni con il terrore di diventare genitori, ma, nonostante tutto, sempre frutto del nostro amore e dono della bontà divina.

Tra i singhiozzi della disperazione, sono solo, in ginocchio, davanti al suo grembo e di fronte alla mia vigliaccheria. Un'unica, eterea luce in fondo a tanto buio rianima le mie pupille fisse. E' lì, nascosto, rannicchiato, muto, ma vero, vivo. Un esserino con un cuoricino in cui è già racchiusa la grandezza della vita con tutte le sue imperfezioni ma anche con la forza dell'amore. L'incontro di due passioni, l'abbraccio di due corpi, l'intensità di un sentimento si è materializzato, ha preso forma, il grande mistero della potenza del Creatore si è manifestato ed io sono il misero mezzo di tale grandiosità.

Quanto mi sento piccolo e quanto insufficienti sono le mie considerazioni nel tentativo di capire. Ciò che ora la mia mente mi impone è il rifugio di accettare qualsiasi altra imposizione mirante all'impedimento che quel meraviglioso mistero si manifesti in tutta la sua bellezza.

No, non può! Nostro figlio non può essere considerato un "giocattolo genetico" nelle mani criminali di un aborzionista. Non può perché il suo inconsapevole e silenzioso grido di morte rimarrebbe per sempre nella stupida testa di suo padre, di un padre che solo ora ha capito che non ha nessun diritto di cancellare con una inflessibile presa di posizione i fantasmi del passato solo per raggiungere la propria apparente serenità interiore.

Purtroppo, troppo spesso, l'ignoranza della razza umana porta a formulare giudizi contro ogni morale, a compiere azioni di cui un giorno si potrebbe pentire, ma tale ignoranza, come un grosso gigante di argilla, tanto estesa quanto fragile nella sostanza, spero che un giorno potrà essere spazzata via dalla ragione, dal buon senso di un'Umanità maturata ed ormai convinta di poter volare oltre il muro del materialismo, verso un mondo in cui tutti, e dico tutti, dal vecchio rincitrullito stanco di vivere all'handicappato costretto a trascorrere il resto dei suoi giorni su una carrozzella, dal barbone abitante dei ponti gettato in un cartone tra i rifiuti del consumismo al malato terminale al quale restano solo poche ore di vita, dall'extracomunitario che ti importuna ai semafori tra il frenetico e caotico traffico cittadino all'emarginato tossicodipendente dal viso pallido e gli occhi spenti, tutti, possano essere considerati come tali, come uomini uniti dalle loro diversità, degni di appartenere al mondo creato da Dio almeno quanto i modelli artefatti di una società che guarda alla esteriorità, all'oggettività della realtà, non curandosi dei valori e dei diritti umani, scavalcati per troppo lungo tempo dall'utopia di una vana fotografia futuristica progressista.

E allora, ti chiedo scusa figlio mio, scusa per la mia inscusabile incertezza, scusa per la mia ignoranza, perdonami se ho dubitato sul tuo diritto di esistere e se la mia titubanza ha fatto soffrire tua madre. Spero, anzi sono sicuro, che tu, o figlio mio, tu sarai un uomo di gran lunga migliore di tuo padre, e che nei momenti difficili, come questi, sappia guardare all'orizzonte, oltre il tutto, oltre il niente.

Ormai ho deciso. Tu vivrai figlio mio, vivrai nella consapevolezza di avere diritto ai tuoi diritti, e ricorda che nessuna legge umana potrà mai sostituire quella voce interiore dettata dall'amore verso il prossimo, dalla morale cristiana, dal volere divino. Nessuno può arrogarsi l'autorità di stabilire, di mutare ciò che ci è stato donato dall'imperscrutabile volere del Fattore dell'Universo.

La guardo, le sfioro il volto, avverto istantaneamente un palpito confuso, un desiderio di stringerla a me, un'inarrestabile intimo fremito e non vi sono parole con le quali poter esprimere quel tenero e delicato sentimento che si sviluppa in un incantevole attimo di smarrimento.

-Non dirmi nulla...- le sussurro all'orecchio, accarezzandole il grembo -...è tutto superfluo !

Non dirmi nulla ...

... è tutto finito !-

Io, ora, amo.

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